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Lui & Lei

PARENTESI


di La-mandria
22.08.2026    |    103    |    3 6.0
"Sentiva il battito del cuore rimbombarle nelle orecchie, il respiro farsi corto, spezzato, identico a quello che le strappava Cristiano quando la spingeva contro il muro..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT

La casa non era un vuoto che la inghiottiva, ma un territorio che Laura aveva imparato a perimetrare con geometrica precisione.
Quando la porta d’ingresso si chiudeva alle spalle di Cristiano, lasciando dietro di sé soltanto l’eco sorda della serratura e l'odore denso del suo profumo che andava lentamente svanendo nell'aria del corridoio, il tempo cambiava consistenza.
Diventava denso, pesante, quasi visibile.
Per molte donne, quel silenzio improvviso avrebbe rappresentato una crepa in cui scivolare; per Laura, era l'inizio di una disciplina interiore.
Lei doveva sopravvivere a quel vuoto. Doveva vincerlo, riempirlo.
Si muoveva tra le stanze con passo fermo, scalza, sentendo la freddezza levigata del parquet sotto le piante dei piedi.
La casa, situata al terzo piano di un palazzo d'epoca, manteneva soffitti alti e ampie finestre affacciate su un cortile interno dove l'unico rumore costante era il gocciolare leggero di una fontana in pietra.
In quella quiete apparente, Laura costruiva la sua resistenza.
Non c’era spazio per l’autocommiserazione.
Sapeva perfettamente quale fosse il patto implicito della loro vita: Cristiano era un uomo separato, attratto da un lavoro che lo divorava e lo portava lontano per settimane, e lei era la donna che aveva scelto di non farsi consumare dall'attesa.
Attraversò il soggiorno, fermandosi davanti alla grande libreria in legno scuro che occupava un'intera parete.
Sfiorò le coste dei volumi con i polpastrelli, fermandosi su un tomo di poesie.
Il contrasto era la sua vera natura: una mente analitica, forte, capace di governare la solitudine quotidiana senza chiedere aiuto a nessuno, accoppiata a un corpo che custodiva una memoria sensoriale vulcanica, sempre accesa.
Laura era profondamente consapevole della propria bellezza, una bellezza matura, non esibita, fatta di gesti misurati, spalle dritte e uno sguardo scuro che pareva leggere attraverso le persone.
Raggiunse la cucina e mise sul fuoco la moka per il caffè.
Mantenere i propri riti era il primo modo per domare il tempo.
Mentre l'acqua cominciava a gorgogliare, si appoggiò al marmo del piano di lavoro, incrociando le braccia sul petto. Il pensiero di Cristiano arrivò nitido, come una scossa leggera lungo la colonna vertebrale. Non era un pensiero doloroso, ma un richiamo tattile.
Ricordò la sensazione delle dita di lui che le stringevano i fianchi l'ultima notte prima della partenza, la pressione decisa, quasi possessiva, che le lasciava sempre dei piccoli segni invisibili che lei cercava sulla pelle nei giorni successivi.
Versò il caffè nella tazza di ceramica bianca e si trasferì nello studio.
Lì trascorreva la maggior parte delle sue giornate lavorative.
Seduta alla scrivania, circondata da fogli, appunti e dalla luce naturale che filtrava dalle tende chiare, Laura ritrovava un controllo totale. La sua mente era un ingranaggio perfetto.
Sapeva isolare il desiderio, chiuderlo in un cassetto intimo della psiche per poi riaprirlo quando la sera stendeva la sua ombra sulla città.
Non era una rinuncia, ma una forma di potere: non permettere all'assenza dell'altro di privarla della propria pienezza.
Verso il tardo pomeriggio, quando il sole cominciava a calare tingendo il soffitto di tonalità calde e aranciate, Laura smise di lavorare.
Andò in bagno e fece scorrere l'acqua calda nella vasca.
Versò poche gocce di un olio essenziale al sandalo, lo stesso che usava quando Cristiano era con lei. Il vapore saturò rapidamente la stanza, creando un'atmosfera sospesa, leggera, quasi ovattata.
Si spogliò lentamente davanti allo specchio a figura intera.
Osservò il proprio corpo senza giudizio, con una forma di rispettosa intimità.
Le sue curve erano morbide, ma toniche, la pelle chiara contrastava con i capelli scuri raccolti in modo disordinato sulla nuca.
Fece scivolare la mano lungo il collo, scendendo lentamente verso la clavicola, poi tra i seni, fermandosi all'altezza dello stomaco.
Sentiva la mancanza di Cristiano non come una privazione che la indeboliva, ma come una tensione costante, una corda tesa pronta a vibrare.
Entrò nella vasca, lasciando che l'acqua calda la avvolgesse completamente.
Chiuse gli occhi e affondò fino alle spalle.
Il silenzio del bagno amplificava il suono del suo respiro e il battito regolare del cuore.
In quell'acqua calda, il confine tra il presente e il ricordo cominciava a sfumare.
Ricordò una sera di pochi mesi prima, quando Cristiano era tornato senza preavviso.
Lei era esattamente lì, immersa nell'acqua, e lui era entrato nella stanza senza dire una parola, ancora con la giacca addosso, lo sguardo carico di una fame che non aveva bisogno di spiegazioni. S’era inginocchiato accanto alla vasca, affondando le mani bagnate nei suoi capelli e baciandola con una violenza dolce che le aveva tolto la voce.
Un brivido sottile le percorse la schiena.
Con la mano destra, sotto il pelo dell'acqua, Laura cominciò a sfiorarsi la coscia.
Il tocco era lento, deliberato. Non c'era fretta. Sapeva che quella serata sarebbe stata lunga e che la casa, fuori da quella vasca, la attendeva con il suo freddo composto. Ma lì, nell'intimità del suo elemento, lei era la padrona assoluta del proprio piacere.
Le sue dita risalirono piano verso l'interno coscia, sfiorando la pelle sensibile con la delicatezza di chi conosce perfettamente ogni reazione del proprio corpo.
Inalò a fondo il vapore al sandalo, visualizzando il viso di Cristiano sopra di lei, le sue labbra scure, il suono basso della sua voce che le mormorava parole incomprensibili nell'impeto della passione. La mente di Laura creava l'immagine con una nitidezza quasi dolorosa; il corpo rispondeva immediatamente, contraendosi in un'attesa quasi elettrica, ma si fermò. Non era ancora il momento. Trattenne il respiro, riaprendo gli occhi e fissando il soffitto affrescato.
Uscì dalla vasca, avvolgendosi in un morbido accappatoio bianco.
Asciugò i capelli, lasciandoli leggermente umidi sulle spalle, ed entrò nella camera da letto.
Il letto matrimoniale era fatto con cura, le lenzuola stirate, senza una piega.
Quel letto perfetto era la rappresentazione visibile della solitudine, ma Laura non lo guardava con tristezza.
Lo guardava come un palcoscenico in attesa.
Si sedette sul bordo del materasso, sentendo il profumo del pulito mescolarsi a quello del sandalo sulla sua pelle.
Prese il telefono dal comodino. C'era un messaggio di Cristiano, inviato un paio d'ore prima dall'aeroporto: "Ho quasi finito qui. Tra due giorni torno a casa."
Nessun fronzolo, nessuna parola romantica di troppo.
Solo un fatto, una promessa di ritorno.
Laura sorrise appena, un sorriso d'intesa con se stessa.
Ripose il telefono e si distese a pancia in su, incrociando le mani dietro la testa.
Due giorni. Quarantotto ore.
Per molte persone sarebbe stato un tempo infinito; per lei era il conto alla rovescia di un'attesa che sapeva come rendere fertile.
La sua solitudine non era una condanna, ma la fucina in cui manteneva vivo il desiderio, per essere pronta a bruciare di nuovo non appena la chiave avesse girato nella serratura.
Il suono arrivò esattamente alle ventuno e trentasette di venerdì.
Un suono metallico, secco doppio scatto della serratura ruppe il silenzio della casa come un fendente.
Laura era nello studio, la spalla appoggiata allo stipite della porta, un bicchiere di vino rosso fermo tra le dita.
Non corse verso l'ingresso.
Rimanere salda nel proprio spazio era il suo modo di non dissolversi. Ma il cuore, traditore e fedele al tempo stesso, accelerò il battito, accordandosi all'improvviso cambio di pressione nell'aria.
Cristiano varcò la soglia portando con sé l'odore della notte, della pioggia estiva rimasta sull'asfalto e quell'aroma inconfondibile di tabacco e cuoio che gli apparteneva da sempre.
Buttò la borsa a terra con un gesto stanco, ma quando alzò lo sguardo e la vide, la stanchezza sul suo volto venne spazzata via da una scossa visibile.
Niente convenzioni, niente parole spese per rompere il ghiaccio.
Il tempo trascorso lontani si annullò nel margine dei tre metri che li separavano. Cristiano attraversò il corridoio con passi rapidi, decisi. Laura fece appena in tempo a posare il bicchiere sul piano della consolle prima che le mani di lui le afferrassero il viso con una presa solida, quasi ruvida.
Le loro bocche si cercarono con l'urgenza di due naufraghi che hanno finalmente toccato la terraferma.
Il primo bacio fu profondo, esigente, privo della dolcezza formale di chi si saluta: c'era dentro la fame accumulata in giorni di astinenza forzata, il sapore di un possesso reciproco che non aveva bisogno di preamboli.
Cristiano la spinse leggermente contro la parete, premendo il proprio corpo contro il suo. Laura sentì la durezza del suo petto attraverso la giacca ancora fredda da fuori, il contrasto brutale con la morbidezza della propria seta.
"Mi sei mancata fino a farmi impazzire" mormorò lui contro le sue labbra, la voce ridotta a un raschio denso, le dita piantate tra i capelli di lei per tenerla ferma, immobile nel suo raggio d'azione.
"Zitto" rispose lei con un soffio, aprendo gli occhi per piantare i suoi in quelli di lui. Erano scuri, attraversati da una vena di pura voracità.
Laura gli circondò il collo con le braccia, tirandolo a sé, lasciando che la propria schiena si inarcasse per accogliere ogni centimetro di quella presenza.
Non c'era spazio per la cena, per i racconti dei giorni passati lontano, per le scuse.
Il tempo insieme era una riserva d'aria limitata e andava consumata tutta.
Cristiano le fece scivolare la giacca dalle spalle, lasciandola cadere a terra insieme al cappotto.
Le sue mani, calde e segnate da una ruvidezza familiare, risalirono lungo i fianchi di Laura, afferrando la stoffa dell'abito per sollevarlo.
Ogni tocco era una marcatura di territorio.
Laura rabbrividì al contatto delle dita di lui sulla pelle nuda delle cosce, una scossa elettrica che risalì fino al bacino. Lo guidò verso la camera da letto senza mai staccare gli occhi dai suoi, in un duello silenzioso di sguardi dove la vulnerabilità si fondeva con una forza incrollabile.
La stanza da letto, fino a un'ora prima riparo di una solitudine governata con orgoglio, divenne il teatro di un'invasione sensoriale totale.
Cristiano la spinse sul letto, seguendola immediatamente.
Il peso del suo corpo sopra quello di lei era un'ancora benvenuta.
Laura spalancò le gambe per accoglierlo, affondando le unghie nella stoffa della sua camicia mentre lui le sbottonava il vestito con una fretta quasi violenta.
Il contatto pelle contro pelle fu un'esplosione di calore.
Le labbra di Cristiano scesero dal collo al petto, soffermandosi sui capezzoli eretti, morsi piano, leccati con una lentezza torturante che fece sfuggire a Laura un sospiro acuto, lungo, soffocato tra i cuscini.
"Guardami" le ordinò lui a bassa voce, staccandosi per un istante per sfilarsi i pantaloni.
Laura obbedì, sostando in quel momento di sospensione.
Lo osservò nella penombra: le spalle larghe, i muscoli tesi, lo sguardo fisso su di lei come se al mondo non esistesse altro.
In quell'istante, Laura stava consapevolmente facendo il pieno.
Registrava il sapore della sua pelle sulla lingua, la rugosità della barba corta che le graffiava l'interno coscia, il peso preciso dei suoi fianchi che cercavano i suoi. Archiviava ogni minimo dettaglio nella memoria muscolare del suo corpo, conscia che quei ricordi sarebbero stati il suo unico nutrimento quando la casa fosse tornata muta.
Quando Cristiano s'incuneò tra le sue gambe e la penetrò con una spinta decisa, profonda, Laura serrò gli occhi per un secondo, emettendo un suono gutturale, una miscela pura di piacere e sollievo.
La sensazione di pienezza fu totale, quasi dolorosa nella sua perfezione. Lui non andava piano; il loro era un ritmo sincopato, viscerale, un'articolazione di corpi che si conoscevano a memoria e si reclamavano con ferocia.
Le mani di Laura corsero lungo la schiena di lui, sentendo i muscoli contrarsi ad ogni spinta. Se lo tirava addosso, volendo azzerare qualsiasi spazio vuoto, fusione perfetta di due solitudini che si annullavano a vicenda.
Ogni movimento di Cristiano era una promessa mantenuta, ogni suo respiro affannato sul collo di lei era un tassello che andava a colmare il vuoto dei giorni precedenti.
"Sei mia, Laura. Sempre" ansimò lui, spingendosi ancora più a fondo, afferrandole i polsi per bloccarli sopra la testa di lei.
"Sono mia" pensò lei per un millesimo di secondo, con l'orgoglio che non la abbandonava mai, ma ad alta voce rispose solo con un gemito lungo, cedendo completamente al ritmo che lui le imponeva. Sotto la spinta di quell'ondata erotica, Laura si lasciò travolgere dall'orgasmo, un'esplosione di contrazioni intime che la scosse dalle fondamenta, strappandole un grido che morì sulla bocca di Cristiano, il quale si unì a lei pochi istanti dopo con un brivido lungo e profondo.
Restarono abbracciati nell'oscurità della stanza, i petti che si alzavano e si abbassavano all'unisono, i corpi ancora congiunti e bagnati di sudore. Cristiano le baciava le tempie, la fronte, le palpebre, con una tenerezza improvvisa che faceva quasi più male della foga di prima.
Laura leccò una goccia di sudore sulla spalla di lui, assaporandone il sale.
Sentiva il calore di Cristiano che la penetrava fino alle ossa, saturando ogni fibra del suo essere. Era piena, sazia, immensamente ricca di quell'amore carnale e disperato, ma, mentre accarezzava i capelli di lui che cominciava a addormentarsi contro il suo petto, lo sguardo di Laura fissò l'angolo buio del soffitto.
Sapeva che il tempo aveva ripreso a scorrere al contrario.
Ogni secondo trascorso insieme era un secondo in meno prima del prossimo addio. Ma non c'era paura nel suo sguardo, solo la consapevolezza fiera di una donna che sapeva come custodire il fuoco per la notte che sarebbe tornata.

La luce della domenica mattina entrò obliqua attraverso le fessure delle persiane, tagliando la penombra della camera con una lama dorata e polverosa.
Non era una luce di festa, ma la luce spietata delle scadenze.
Laura riaprì gli occhi prima di Cristiano.
Rimase perfettamente immobile per non svegliarlo, godette di quell'ultimo frammento di simmetria. Lui dormiva di fianco, un braccio pesante buttato sul bacino di lei, la testa affondata nello stesso cuscino.
Sul collo di Laura c'era ancora un'ombra rossastra, il segno del morso impresso la notte prima; sulla pelle delle sue cosce persisteva un indolenzimento leggero, una presenza fisica che era come un'impronta digitale impressa nella carne.
Con delicatezza infinita, sfiorò le nocche di lui.
Cristiano smosse il respiro, un mormorio denso che gli morì in gola, e la strinse più forte a sé prima di riaprire gli occhi.
In quel primo sguardo del mattino non c'era più la fame cieca della sera precedente, ma una lucidità nostalgica. Entrambi sapevano che l'orologio sul comodino segnava già le ore contate.
"A che ora hai il volo?" chiese lei, mantenendo la voce ferma, calda, priva di qualsiasi inflessione vittimistica.
"Alle quattordici" rispose Cristiano, affondando il viso tra il collo e la spalla di lei, respirando il profumo della sua pelle mescolato a quello del loro amore.
"Vorrei fermare questo momento. Cancellarmi dal resto del mondo e restare qui."
"Non sarebbe da te. E non sarebbe da noi" rispose Laura, facendogli scivolare le dita tra i capelli spettinati.
Non c'era spazio per le false speranze.
Laura non gli chiedeva mai di restare, non metteva in scena drammi per strappargli un'ora in più. La sua forza psicologica risiedeva proprio in questo: nell'accettare la realtà della loro vita senza elemosinare presenza, ma dentro, nell'angolo più profondo e protetto del suo petto, si stava già aprendo quella sottile crepa che precedeva ogni distacco.
Si alzarono insieme. La casa, che fino a poche ore prima vibrava della loro fusione erotica, cominciò gradualmente a trasformarsi in una stazione di transito.
Il suono dell'acqua della doccia, il profumo del caffè appena salito, il rumore metallico della zip della valigia che si richiudeva: ogni gesto era un passo verso il baratro del silenzio.
Fare l'amore un'ultima volta prima di salutarsi fu un rito diverso, privo della furia della prima notte. Fu un atto lento, quasi solenne.
Cristiano la fece sedere sul bordo del letto, inginocchiandosi davanti a lei.
Le sue mani risalirono le gambe di Laura con una lentezza torturante, separandole con delicatezza. Le sue labbra cercarono la pelle più intima e calda, offrendole un piacere profondo, che fece inclinare la testa di Laura all'indietro.
Lei prese il viso di lui tra le mani, guidando il ritmo, assaporando la dedizione totale di quell'uomo che tra pochi minuti se ne sarebbe andato.
Quando Cristiano la possedette un'ultima volta, guardandola dritta negli occhi, non ci furono parole. Solo un incastro di sguardi in cui il desiderio si fondeva con una malinconia acuta. Laura assorbì ogni spinta, ogni battito del cuore di lui contro il proprio petto, accumulando calore per i giorni di gelo che l'attendevano.
Poi, l'inevitabile.
Alle dodici e trenta, Cristiano era sulla soglia con la valigia in mano.
Le mise una mano dietro la nuca, tirandola a sé per un bacio lungo, salato dal sapore delle loro pelli.
"Ti chiamo stasera appena arrivo" mormorò lui, con gli occhi che tradivano una stanchezza d'anima.
"Fai buon viaggio" rispose Laura.
Nessun ti amo disperato, nessun "mi mancherai" detto per fare male. Solo un sorriso accennato, fermo, fiero.
La porta si chiuse.
Il doppio scatto della serratura risuonò come un colpo di pistola nel corridoio.
Il silenzio non arrivò subito; cadde a valanga.
Laura rimase immobile dietro la porta chiusa per un minuto intero, ascoltando i passi di Cristiano che scendevano le scale, poi il rumore lontano del portone del palazzo che si richiudeva.
Si voltò verso l'interno dell'appartamento.
La casa era di nuovo vuota, ma non ancora pulita dal suo passaggio. Nell'aria fluttuava l'odore del suo profumo mescolato al sapore del loro sesso. Sul tavolo del soggiorno c'era la tazza di caffè usata da lui; in camera da letto, le lenzuola stropicciate conservavano la forma dei loro corpi avvinghiati.
Laura sentì la prima vera sferzata di solitudine.
La pienezza delle ultime trentasei ore cominciava a trasformarsi in memoria, e la memoria, per un istante, fece male. Le si strinse la gola, un groppo di malinconia pura che minacciava di diventare lacrime.
Ma Laura non piantò i piedi nella resa.
Inspirò a fondo, raddrizzando le spalle. Sapeva che cedere alla disperazione avrebbe distrutto la bellezza di ciò che avevano vissuto. La crepa c'era, sì, ma lei era il maestro d'ascia che sapeva come riparare la propria nave mentre continuava a navigare.
Si avviò verso la camera da letto, guardò quel letto disfatto e non lo riassettò.
Lasciò le lenzuola esattamente com'erano, intrise del calore di entrambi.
La notte sarebbe arrivata presto, e con essa il rito della sua intima, incrollabile sopravvivenza.
La prima sera senza di lui era sempre la più insidiosa.
L’oscurità non scendeva piano: sembrava piuttosto colare dai soffitti alti, addensandosi negli angoli delle stanze come un inchiostro invisibile.
Fuori, la città continuava a scorrere al di là dei vetri, ma dentro l’appartamento l’aria si era fatta immobile, satura di un’assenza che si poteva quasi toccare.
Laura non accese la luce.
Camminò scalza verso la camera da letto, guidata soltanto dal chiarore lunare che attraversava le tende.
Il profumo di Cristiano era ancora lì, impresso nel tessuto dei cuscini, un fantasma chimico che le provocò una stretta improvvisa al basso ventre.
Molte donne si sarebbero rifugiate nel pianto o nel tentativo di distrarsi; Laura scelse di affrontare quel vuoto a viso aperto, facendolo suo.
Si spogliò lentamente, lasciando cadere i vestiti ai piedi del letto.
La pelle le doleva di una sensazione strana, un mix di ipersensibilità e desiderio residuo.
Sentiva ancora i segni invisibili che le dita di Cristiano le avevano lasciato sui fianchi, la traccia bruciante del suo petto ruvido contro i seni.
La solitudine non l'aveva indebolita; l'aveva affilata.
Si distese al centro del materasso matrimoniale, esattamente sopra la piega dove le loro due impronte si fondevano.
Il contatto con la tela ancora spiegazzata le restituì un brivido freddo, subito seguito da un'ondata di calore viscerale.
Chiuse gli occhi. Il buio dietro le palpebre si popolò immediatamente di immagini d'una nitidezza quasi allucinatoria.
Fece scivolare la mano destra lungo lo stomaco, le dita aperte a pettinare i piccoli peli eretti per il brivido.
La sua forza non stava nel negare la mancanza, ma nel domarla, trasformando la nostalgia in una riserva inesauribile di sensualità autonoma.
Con lentezza deliberata, scese verso il pube.
Il tocco della sua stessa mano era diverso da quello di Cristiano — più calcolato, intimo, spietatamente preciso — ma ne evocava l'eco con una potenza spaventosa.
Richiamò la memoria tattile della notte precedente: il sapore amaro del collo di lui sotto la lingua, il suono gutturale del suo respiro frenetico mentre le si piantava dentro, la pressione sorda dei suoi fianchi.
A quel ricordo, la carne di Laura rispose con una contrazione istintiva, bagnandosi di un'attesa bruciante.
Le sue dita cominciarono a muoversi. Non c'era fretta, né l'urgenza ansiosa di chi cerca una distrazione rapida; era un rito lento, una celebrazione fiera della propria pienezza.
Con la mano sinistra si afferrarono la mammella, stringendola fino a farsi un piccolo male delizioso, mentre con la destra esplorava le pieghe più calde del proprio corpo, ripercorrendo esattamente la traiettoria che le labbra di Cristiano avevano tracciato solo poche ore prima.
"Mio" mormorò nel buio della stanza, e non si capiva se si riferisse a lui o al proprio piacere.
La mente di Laura lavorava come una forgia: bruciava la tristezza del distacco per alimentare il fuoco del desiderio.
Più la sensazione della solitudine si faceva acuta, più il ritmo della sua mano si faceva deciso, profondo, quasi spietato. Sentiva il battito del cuore rimbombarle nelle orecchie, il respiro farsi corto, spezzato, identico a quello che le strappava Cristiano quando la spingeva contro il muro.
Il contrasto toccò il suo vertice: la casa deserta, il letto vuoto, e dentro di lei un'esplosione di vita che non chiedeva il permesso a nessuno per esistere.
Le cosce si tralignarono, tremanti; la schiena si inarcava staccandosi dalle lenzuola mentre la mano scivolava più a fondo, cercando quell'angolo preciso di pressione che l'avrebbe portata oltre il limite.
L'orgasmo arrivò come un'onda di marea, violento e scuro.
Un gemito lungo le uscì dalle labbra, soffocato contro il cuscino di Cristiano per bere fino all'ultima goccia il suo profumo mentre il corpo veniva attraversato da contrazioni muscolari fitte, dolcissime, interminabili.
Quando la scossa si placò, Laura rimase immobile nella penombra, il petto alto, il corpo ricoperto da un velo sottile di sudore.
Riaprì gli occhi e fissò il soffitto.
La solitudine era ancora lì, intatta, pronta a farle compagnia per i giorni a venire. Ma dentro non c'era più spazio per la miseria dell'assenza.
Si girò di lato, stringendo il cuscino al petto, sazia di lui e incredibilmente padrona di sé.
Aveva fatto il pieno di luce, e la notte non le faceva più alcuna paura.

Vacca 24
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